Covid spettacolo

500 Bauli in piazza Duomo per chiedere al Governo regole utili a far ripartire eventi, spettacoli e fiere; dopo le manifestazioni in molte città in Fase2, circa 570 mila lavoratori del mondo dello spettacolo sono rimasti in balia del vento, senza aiuti per ripartire.

Mentre a Roma i “NO-Mask” gridavano contro la dittatura sanitaria, a Milano, un’altra Italia è scesa in piazza per chiedere aiuto e sostegno. Sono i circa 570 mila lavoratori del mondo dello spettacolo italiano, rappresentati da 500 bauli simbolicamente vuoti, che cercano un modo per ripartire. Migliaia di operatori del settore, vestiti a lutto, ben distanziati, hanno alternato momenti di silenzio, ad applausi, alle mani che battevano sui loro flight case. Al centro un baule rosso a ricordare tutti i colleghi che non ci sono più.

I lavoratori hanno manifestato per chiedere un tavolo tecnico-istituzionale attraverso cui fissare mete temporali, regole e obiettivi in grado di permettere al comparto di ricominciare a lavorare in sicurezza e in maniera sostenibile.

Uno stato di “agitazione permanente” annunciato anche a Genova dall’associazione Professionisti Spettacolo e Cultura – Emergenza Continua, che prevedeva manifestazioni unitarie nelle principali piazze italiane. E così è stato; prima di Milano, infatti, in molte città italiane gli operatori del settore si sono riuniti per domandare, tutti, la stessa cosa: un tavolo tecnico.

Il Ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, per ora si è limitato ad affermare che il numero di spettatori, nei cinema e per gli spettacoli, non subirà riduzioni con il nuovo dpcm, ma che anzi, quest’ultimo, riconferma gli attuali posti, sia al chiuso sia all’aperto, e concede la possibilità alle regioni di derogare. Tutte le deroghe che, nel frattempo, sono state fatte con ordinanze regionali, saranno salvate proprio con il dpcm.

A Genova, prima a maggio e poi a luglio, i lavoratori dello spettacolo si sono incontrati in piazza De Ferrari con spartiti, maschere, strumenti musicali o copioni, chiedendo provvedimenti concreti per salvare il settore e resistere all’impatto causato dal Coronavirus.

La delegazione di Emergenza Spettacolo Liguria ha spiegato in un comunicato: «Quasi l’80% delle lavoratrici e dei lavoratori dello spettacolo in questo momento non ha la possibilità di prendere parte alle riaperture, a causa del numero ridotto di eventi imputabile alle restrizioni imposte dall’emergenza; lavoratori che resteranno invisibili senza tutele né ammortizzatori sociali; così come il problema delle restrizioni coinvolge nella stessa misura molte realtà organizzative».

Ciò che si dovrebbe fare, secondo loro, è vedere come un’opportunità questo momento e procedere a un miglioramento dei modelli di gestione attraverso nuove formule, con una ridistribuzione delle risorse su più larga scala, rendendoli anche più inclusivi. Secondo Emergenza Spettacolo Liguria occorre che tra realtà produttive e lavoratori nasca un’alleanza per salvaguardare il settore, ancora oggi piegato sulle ginocchia.

Abbiamo intervistato Elena Dragonetti, attrice e portavoce di Emergenza Spettacolo Liguria, che ci ha spiegato l’impatto che ha avuto il Coronavirus sul settore e la crisi che sta vivendo: “Nel mondo dello spettacolo c’è una grossa separazione, una differenza tra i lavoratori dello spettacolo che lavorano negli uffici, nelle strutture o che si occupano di alcune parti tecniche, che lavorano a tempo indeterminato, e poi c’è tutta la parte dei lavoratori di palco che comprende sia la parte tecnica sia la parte degli scenografi, costumisti, artisti, ecc., che lavorano, purtroppo, con una complessità contrattuale molto elevata, perché ad alcuni è richiesta la partita iva, ma non sono dei lavoratori autonomi perché, in realtà, devono sottostare ad orari, date, scadenze: gestiscono il loro lavoro in modo autonomo, ma è richiesta una partita iva per sgravare i costi di lavoro dalle strutture; questo per i lavoratori significa avere più costi, più incertezze e meno tutele. Oppure, lavorano a tempo determinato, ma per brevi periodi: un mese, 15 giorni, una settimana, se va bene durano due mesi. Negli ultimi anni è peggiorata molto questa situazione, perché in passato esistevano tournèe che duravano anche mesi, mentre ora questo non accade più.

Elena Dragonetti

Con il Coronavirus, la prima cosa che AGIS ha fatto, l’associazione datoriale, è stata una circolare con cui interpretava un articolo del CCNL (interpretazione ben lontana da quella dei sindacati), per cui, secondo loro, il contratto che era in essere poteva essere chiuso, dando ai lavoratori la paga minima di 12 giornate, anche se il contratto poteva andare avanti per un mese o due; questo è stato fatto dalla maggior parte dei teatri e alcuni non hanno dato, nemmeno, le 12 giornate. Pochissimi, hanno attivato il Fis, il Fondo integrazione salariale. Il problema è che questo è stato attivato ed ha avuto una durata pari a quella del contratto in essere. I più fortunati si sono trovati sotto Fis per un mese e poi il resto del lockdown, in cui i teatri erano chiusi, sono rimasti completamente scoperti, senza tutele. Il decreto di agosto prevedeva un altro bonus, ma non è mai arrivato, come nemmeno la circolare attuativa dell’Inps.”

Questa situazione non si è alleviata durante l’estate, con le poche riaperture che ci sono state; la Portavoce ci spiega che:”Il problema delle riaperture è stato questo: di fatto, sulla carta è stato permesso ai teatri di riaprire, ma sappiamo che d’estate, la maggior parte dei teatri, è chiusa, forse c’è qualche rassegna estiva, ma le Stagioni non ci sono d’estate, quindi già in una situazione normale il lavoro è inferiore in estate. Poi, con le restrizioni dovute all’emergenza, in particolare dei posti a sedere, anche all’aperto, pochissimi teatri hanno aperto. Sono riusciti a fare eventi le realtà che hanno dalla loro dei finanziamenti pubblici, che hanno continuato a riceverli, anzi hanno chiesto anche una rendicontazione di questi finanziamenti ricevuti inferiore, è stata chiesta una rendicontazione del 20% per cui, probabilmente, il resto è stato investito nel risanamento delle strutture, dei loro bilanci. Ecco, questa è stata una mancanza delle istituzioni: non richiedere che quei finanziamenti fossero investiti in produzioni e, quindi, in creazione di lavoro. Quindi, quest’estate, circa l’80% delle realtà non ha potuto programmare e organizzare una stagione; alcuni perché provenivano da un periodo estremamente difficile: tutte le realtà che vivono della presenza del pubblico e non di finanziamenti pubblici, non hanno avuto introiti. Alcune realtà hanno deciso, già ora, di non riaprire più. Alcuni lavoratori e alcune realtà, stanno decidendo di cambiare lavoro o di non riaprire, quindi quest’estate, è vero che la narrazione voleva che i teatri fossero aperti e tutto ripartito, ma la verità è che sono stati fatti pochi eventi e anche i lavoratori che hanno ripreso hanno lavorato per poco tempo.”

A livello Regionale ci sono stati dei segnali di aiuto, ma tutto è avvenuto poco prima delle elezioni:”Come Emergenza Spettacolo Liguria, abbiamo chiesto più volte un incontro, siamo scesi in piazza e nei primi giorni di giugno abbiamo consegnato a mano una lettera a Toti, chiedendo questo incontro che lui ha assicurato e che poi, di fatto, non c’è stato. Abbiamo continuato a chiedere, fintanto che, con il supporto di alcuni capigruppo, siamo riusciti ad ottenere quest’incontro, prima in maniera virtuale. Abbiamo presentato un documento d’istanze: una parte sull’emergenza, quindi chiedeva un sostegno in più, mentre l’altra comprendeva proposte per rendere più virtuoso il sistema, soprattutto a livello regionale. Nel lavoro dello spettacolo c’è anche la discontinuità che è una caratteristica, e non una mancanza, per cui bisogna aspettare perché ci sia un nuovo lavoro, un nuovo evento, magari bisogna crearlo, e questa parte non è riconosciuta e nemmeno retribuita. Tutti i rischi che ci sono in questa fase di lavoro ricadono sul lavoratore, non sulle strutture! Noi proponiamo cose molto concrete, per aiutare anche tutte quelle realtà che non ricevono finanziamenti. Esiste un humus artistico molto vitale, interessante, la cosiddetta parte indipendente, che non ha mai smesso di sperimentare e che si mette in gioco, che in questo momento rischia di scomparire. Per questo, abbiamo pensato un sistema che dia sostegno a tutto questo sistema teatrale: proponiamo dei bandi per delle produzioni, perché esistono quelli per gli eventi, ma non per le produzioni. Gli eventi non sono esattamente lavoro, perché prima c’è tutta la fase, appunto, di produzione con almeno un mese di attività. Questo mese di lavoro, deve essere riconosciuto e retribuito; se nel bando non è riconosciuto, è chiaro che quel mese sarà lavoro gratuito, lavoro in nero, in delle condizioni che devono essere scardinate. La Giunta era al termine del mandato, quindi ha preso in considerazione, in quel momento, solo la parte legata all’emergenza. In prima battuta c’è stato detto che non c’era possibilità, poi c’è stato detto che ci sono dei fondi europei che potrebbero essere riprogrammati e che, sicuramente, entravano in regione. C’è stato un impegno firmato e sottoscritto da tutti i capigruppo e dal presidente, poi ci sono state le elezioni ed è rimasto un impegno sulla carta.

Stiamo aspettando che si insedi il nuovo governo regionale per chiedere conto e per chiedere che questo impegno si trasformi in un atto concreto. Poi speriamo anche che l’impegno non si fermi qui, perché è vero che l’emergenza esiste, ma quello che ci interessa è che il sistema venga riformato.”

Nel caso di un nuovo lockdown vi sarebbe un’ecatombe. Molti suoi colleghi si stanno adoperando per cambiare lavoro: i lavoratori stanno abbandonando un lavoro scelto e svolto con passione, e che porta la cultura nei quartieri. “Si pensa di poter chiudere i teatri pensando che questo non provochi alcun problema, senza pensare che i lavoratori dello spettacolo hanno delle case, delle famiglie, figli, come tutti gli altri. – conclude Dragonetti –  In questo momento, ci sono delle proposte di legge, a livello nazionale, che contengono anche delle visioni importanti rispetto alla regolazione del nostro settore. Per dare sostegno a queste iniziative e per non rimanere invisibili, bisogna scendere ancora  in piazza, occorre ottenere tutele e sostegno.”

Di Alessandro Capuano

Romano d’adozione, mi occupo di digitale da quando, a 12 anni, mi hanno regalato la prima console. Sono un fotografo incompetente ma curioso. La politica economica mi appassiona da sempre.

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