The Amazing Spider-Man e l’abuso dei reboot

Di Roberta Tocchio

Sebbene già nota negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, negli anni Duemila la pratica del reboot è divenuta molto in voga, fino a portare all’abuso. Con questo termine vengono indicati nell’industria cinematografica quei prodotti che puntano a ridare slancio a storie e personaggi con un’opera di svecchiamento tematico ed estetico.

In un’epoca di crisi dell’industria cinematografica come quella che stiamo vivendo, è un’operazione dettata più che altro dal profitto: il reboot garantisce di solito un buon ritorno economico perché sfrutta un elemento di richiamo, che sia la storia, il personaggio o il nome del regista. Una formula che si adatta soprattutto al genere horror e a quello che viene definito “fumettone”, ovvero quei film che traggono ispirazione da comics, soprattutto a stelle e strisce. Il primo fu il “Batman” di Tim Burton nel 1989, l’ultimo (in attesa dell’ultimo capitolo della saga di Nolan) è nelle sale dal 4 luglio: “The Amazing Spider-Man” è un reboot molto particolare, perchè riscrive la saga originaria a soli dieci anni dal suo inizio e cinque dall’ultimo capitolo.

Il film di Mark Webb si concentra soprattutto sui personaggi, riscrivendone parzialmente il look e la personalità, oltre a spostare indietro le lancette di un paio di anni rispetto al primo capitolo di Sam Raimi. Grazie ad un buon cast il film non delude le aspettative, anche se stenta a tenere il passo della versione originale.

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