Se la quantità dei rifiuti prodotti è l’indice del livello “consumistico” raggiunto da una certa società, il modo come questi vengono trattati ne è invece l’indicatore del grado di civiltà e cultura.
L’Italia è in grave ritardo nell’affrontare la gestione dei rifiuti. Dopo decenni di “tutto in discarica” e di “emergenza rifiuti”, in diverse parti del Paese si prospetta la soluzione unica e “tecnologicamente moderna” dell’incenerimento.
Una analisi critica, tuttavia, dimostra l’insostenibilità di tale soluzione. L’incenerimento comporta la distruzione di risorse naturali ancora recuperabili, la realizzazione di discariche per lo smaltimento delle enormi quantità di ceneri prodotte (il 30% circa dei rifiuti in ingresso si trasforma in cenere) provoca l’emissione di microinquinanti dannosi.
L’energia recuperata è infinitamente inferiore a quella consumata per la produzione dei beni inceneriti e non compensa in alcun modo la quantità di energia necessaria per produrre nuovi beni.
Le esperienze più avanzate si ispirano al progetto internazionale “ZERO WASTE” ossia “RIFIUTI ZERO”, che cambia il punto di vista tradizionale in tema di rifiuti: non si tratta di gestire un problema, ma di non generarlo e anzi di trarne vantaggi.
Come fare
Si inzia con la riduzione dei rifiuti alla fonte, scegliendo i prodotti con meno imballaggi, e una raccolta differenziata spinta consentono infatti di ridurre l’utilizzo di risorse naturali, di recuperare i tanti materiali presenti, di trasformare la parte umida in compost, di risparmiare energia per la produzione/trasformazione delle materie prime, di creare nuovi posti di lavoro.
La catena virtuosa della riduzione e del recupero dei rifiuti porta anche a un risparmio dei costi di gestione da parte dei Comuni e quindi delle tariffe che gravano sulle famiglie.
Bastano pochi esempi e poche cifre per capire i benefici globali della strategia RIFIUTI ZERO.
I rifiuti urbani e industriali possono essere suddivisi in 12 categorie di materiali, ossia di risorse, che possono essere recuperati e che invece vengono scartati o inceneriti:
1. materiali riutilizzabili: elettrodomestici, oggetti di plastica durevole, materassi e mobili, residui di costruzione e demolizione;
2. carta, cartone, giornali e riviste;
3. residui vegetali: erba, scarti di potatura;
4. materiali putrescenti: alimentari, scarti di carne, di pesce, residui fangosi;
5. legno, trattato e non trattato;
6. ceramiche e cemento;
7. terreni, scarti di lavagna e di gesso;
8. metalli: ferrosi e non ferrosi;
9. vetro: bottiglie, finestre;
10. tessili: sintetici e naturali (lana e cotone);
11. polimeri: pneumatici, bitume;
12. rifiuti pericolosi, rifiuti ospedalieri, pannolini e assorbenti.
Il 90% potrebbe essere recuperato e riciclato.
Circa il 40-50% dei rifiuti, ossia la parte umida costituita da scarti di cucina, foglie ed erba sfalciata e residui di potatura, è trasformabile in compost e può quindi tornare alla terra, arricchendola di materiale organico e di carbonio. Il compost, o terricciato, rende la terra più fertile e più “soffice” e quindi più facilmente lavorabile. Questa porzione di rifiuti quindi non deve andare in discarica, dove fermenta e provoca problemi di gestione: dai gas serra che fuoriescono dagli sfiati, ai percolati che vanno raccolti per non inquinare il terreno e la falda idrica.
Tutti i materiali delle 12 categorie potrebbero essere raccolti in appositi centri di recupero da realizzare vicino alle poche discariche necessarie per smaltire i pochi materiali non riciclabili, che potrebbero ad oggi non superare il 10-15% dei rifiuti complessivi, ma che in prospettiva non dovrebbero più esistere, perché tutti i prodotti in commercio dovrebbero essere fabbricati solo con materiali e sostanze recuperabili, al fine di ridurre il loro impatto sull’ambiente.
Per il trasferimento tecnologico dall’attuale modo di gestire i rifiuti (discarica/inceneritori e termovalorizzatori) al nuovo modo “RIFIUTI ZERO” non ci vogliono finanziamenti e/o incentivi agli operatori, poiché il mondo della gestione dei rifiuti ha le risorse e il denaro necessario per investire nel cambiamento, come le esperienze concrete dimostrano non solo all’estero ma anche in Italia come il consorzio Priula, che gestisce l’intero ciclo dei rifiuti urbani di 24 comuni della provincia di Treviso, per un totale di circa 110.000 utenze e 240.000 abitanti.

Zero rifiuti
Molto importante è il concetto di riutilizzo degli oggetti, così estraneo alla nostra mentalità “usa-e-getta”, ma molto diffuso prima del cosiddetto “boom economico”.
Lo slogan “Una bottiglia è prima di tutto una bottiglia e solo dopo vetro da riciclare” è molto efficace per esprimere il nuovo approccio di gestione dei rifiuti.
Per poter utilizzare un oggetto, infatti, bisogna estrarre la materia prima, lavorarla per produrre il materiale di cui è costituito l’oggetto e quindi produrre l’oggetto da immettere sul mercato.
Tutte questi fasi richiedono energia e inquinano. Prendiamo ad esempio una lattina di alluminio. Per produrla bisogna estrarre la bauxite, produrre l’allumina attraverso un processo chimico, produrre l’alluminio primario, estraendolo dall’allumina attraverso un processo elettrolitico, realizzare la lamina di alluminio e quindi produrre la lattina. Se la si ricicla la quasi totalità dell’energia assorbita nelle fasi di produzione primaria del metallo, per l’esattezza il 95%, viene conservata nel materiale e rimessa in gioco al momento della rifusione del rottame; la produzione di un kg di alluminio di riciclo ha quindi un fabbisogno energetico che equivale solo al 5% di quello di un kg di metallo.
Nel caso del vetro, se si recupera la bottiglia senza romperla, come alcuni produttori ancora fanno, basta solo sterilizzarla per disporre di una nuova bottiglia pronta all’uso con costi ridottissimi, perché si salta la fase di produzione del vetro, ma anche quella dell’oggetto.
Incenerire i prodotti dismessi è quindi un non-senso: il potere energetico dei rifiuti è ben poca cosa rispetto alle risorse ivi contenute e sprecate!

