Pd. Renzi vince. Cosa succede ora | ExpoitalyOnline

Pd. Renzi vince. Cosa succede ora

Pd. Renzi vince. Cosa succede ora

Renzi vince le Primarie del Pd, anche se alla Spezia, città natale del ministro Andrea Orlando, viene distanziato di poco meno di cinquecento voti. Rispetto alla media nazionale, il risultato di Andrea Orlando è percentualmente migliore in Liguria e quindi il divario, sempre molto evidente, è meno netto. Se a livello nazionale, per intenderci, il confronto percentuale fra l’ex premier Matteo Renzi e il ministro Andrea Orlando si traduce in un 75 a 20 (con Emiliano che deve accontentarsi del resto), in Liguria si chiude a 64,5 a 34,5 (con Emiliano che si ferma all’uno per cento anche per l’esclusione da alcuni collegi).
Si tratta comunque di un’affermazione molto netta su cui si innesta anche la riflessione positiva dei vertici del partito sull’affluenza al voto. Si puntava a Genova a una soglia minima di 15mila votanti, come indicazione positiva, si è arrivati nella provincia a 23.764, mentre il dato ligure porta a sfiorare le 50mila unità, 47.873.

Brindisi lo premia

Nel capoluogo  brindisino non sono mancate polemiche e discussioni, con gli ex  Pd ora facenti parte della maggioranza di fronte moderato  al Comune di Brindisi( gruppo  Socialisti Democratici) che volevano votare.  E da registrare anche le pesanti dichiarazioni  del senatore   Salvatore  Tomaselli, Coordinatore  Regionale del Comitato  Andrea Orlando :  “In Puglia gli elettori  del Partito Democratico  una sparuta  minoranza, di fronte alle truppe cammellate provenienti da altri partiti e   dal Centro  Destra. Un fatto molto grave“.

Subito  dopo  la conferma sostanziale della vittoria di Renzi, Michele Emiliano, dal suo Comitato, esprime tutto il suo orgoglio:  “Sento di avere la coscienza a posto, dopo aver lavorato bene e aver conseguito risultati importantissimi proprio nella mia Puglia.  Bisogna accettare il verdetto e guardare soprattutto al futuro e al bene del  Partito Democratico. Faccio i complimenti  a Renzi, ma io vigilero’ affinche’, una volta per tutte, si facciano le cose e politiche giuste per il Sud e il Paese.  Credo che Matteo stia diventato consapevole dell’ importanza del momento e della fase cruciale per la vita del Paese. Ha una grande responsabilita’, che e’ poi la nostra e di tutti gli uomini del Pd.  Ma rivendico  i dati che mi riguardano proprio al  Sud, dove  c’è il vero Pd.  Andiamo  avanti”.

Il Piemonte al voto

Il primo dato a confermare la tendenza è proprio quello di Torino città: poco più di 22mila elettori. Nel 2013 si era arrivati a quota 39 mila. Nel Torinese le schede scrutinate sono state 25.643. A queste vanno aggiunte le 37288 del resto del Piemonte. Complessivamente non si arriva a quota novantamila. Ma il segretario regionale Davide Gariglio preferisce sottolineare la grande prova di democrazia che ancora una volta sono state le primarie: “Non era così scontato che anche stavolta il nostro popolo si mobilitasse così per dire la sua sul futuro del partito. Innazitutto perché la larga vittoria di Renzi era annunciata e questo non ha certo invogliato a andare a votare, poi la consultazione è caduta a ridosso di uno dei ponti primaverili: molta gente era fuori dalla residenza abituale”. A Torino comunque Renzi ha raccolto il 73,9 per cento dei voti.
E’ la provincia di Novara, dove i votanti sono stati 6.368,quella in cui l’ex premier ha ottenuto il maggior numero di voti, 4.882 (76,7%), contro i 1.140 di Orlando (17,9%) e i 311 di Emiliano (4,9%). Superano il 76% le preferenze ottenute dall’ex premier anche in provincia di Cuneo, dove su 8.542 votanti ha ottenuto 6.521 voti (76,3%), mentre Orlando si è fermato a 1.603 (18,8%) ed Emiliano a 390 (4,6%).

Le opinioni

Gentiloni stai sereno: ecco il piano di Matteo Renzi per tornare al potere

Vinte le primarie del Pd, l’ex premier già programma di archiviare l’attuale governo e riprendersi Palazzo Chigi. Ecco quali saranno le sue prossime mosse, tra legge elettorale e scelta dei fedelissimi
inque mesi sono pochi per il calendario, infiniti per la politica italiana, chiusa tra un premier e l’altro, tra un referendum e un’elezione primaria, in un clima di sospensione quasi irreale. Paolo Gentiloni giurò da presidente del Consiglio nelle mani, come si dice, del capo dello Stato Sergio Mattarella alle otto di sera del 12 dicembre 2016, in punta di piedi, quasi per non disturbare. «In un clima malinconico», testimoniò la ministra Marianna Madia, e con lei tutti i presenti.

E ora, a cinque mesi da quella cerimonia più mesta che felice, sta per partire il conto alla rovescia. È stato un voto a causare la nascita del governo, il no al referendum costituzionale del 4 dicembre che spinse Matteo Renzi a lasciare Palazzo Chigi, sarà un altro voto a determinarne la caduta, le primarie del 30 aprile per eleggere il nuovo segretario del Pd: dopo Renzi, Renzi . E dopo le primarie una nuova campagna elettorale per tornare al voto in tempi rapidi. La legislatura è finita, cala il sipario, game over.

Il primo a esserne consapevole è Gentiloni che vive i giorni più difficili del suo breve governo, se si esclude il dramma del terremoto di gennaio con i morti di Rigopiano, mentre il premier era di fatto ancora convalescente dopo l’intervento di angioplastica. La polemica sui conti pubblici attorno al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, accesa nella maggioranza e dal candidato alla segreteria Renzi. La manina che ha riscritto nelle stanze del Consiglio dei ministri la norma che assegna pieni poteri all’autorità anti-corruzione di Raffaele Cantone. E poi il massiccio no dei lavoratori dell’Alitalia al piano di salvataggio dell’azienda, su cui la squadra ministeriale si era schierata in blocco. I ministri Graziano Delrio, Carlo Calenda, Giuliano Poletti e il numero uno in prima persona: [CONTINUA]

Una sorpresa che impone un nuovo inizio

Di fronte ai 2 milioni di cittadini che hanno animato ieri (nel cuore di un lungo ponte) le primarie che hanno confermato con un semiplebiscito Renzi alla guida del Pd, non sappiamo se sia più corretto – come sta avvenendo in queste ore – parlare di «affluenza straordinaria» o, nonostante tutto, di un «imbarazzante flop». Siamo certi, al contrario, che la parola «miracolo» – considerate le scissioni, le inchieste giudiziarie e il vento che spazza il Paese – possa render bene il senso di quanto accaduto in questa ultima domenica di aprile.

Certo, il segnale è importante e, allo stesso tempo, incoraggiante: testimonia – infatti – la perdurante vitalità della democrazia italiana ed un suo «stato di salute» forse addirittura migliore di quel che si poteva temere. Il Pd, insomma, ha buoni motivi per manifestare soddisfazione: ma farebbe bene a ricordare che i miracoli non si ripetono all’infinito.

E che, per dirne una, se il secondo mandato da segretario di Renzi dovesse riproporre le dinamiche del primo – con una quotidiana e paralizzante guerriglia interna, conclusasi con un scissione – giornate buone come quella di ieri potrebbero diventare difficili, se non del tutto impossibili.

Matteo Renzi ha vinto con percentuali che, sia nei circoli che ai gazebo, non ammettono repliche. A valutare il risultato a giochi fatti, si potrebbe cadere nell’errore di considerarlo – ora – prevedibile e scontato: invece, la difficilissima fase attraversata da Renzi (dalla perdita del referendum a quella di Palazzo Chigi, passando per i guai dell’inchiesta Consip) e le insidiose candidature di Andrea Orlando e Michele Emiliano facevano di queste primarie un ostacolo non facile nemmeno per un leader abituato, come lui, a questo tipo di sfide. Ciò nonostante, non è errato – né contraddittorio – sostenere che per il segretario reinsediato le difficoltà maggiori comincino proprio ora. [CONTINUA]


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