C’è spazio per il dolore, la rabbia, l’odio: tutti i sentimenti che può provare un padre che vede la sua giovane figlia morire per droga, nel libro “Amy, mia figlia”. Un diario scritto in 4 mesi di fervente attività, come se la scrittura servisse a sentirla ancora in vita, a cura di Mitch, il padre di Amy Winehouse scomparsa tragicamente da quasi un anno e ancora compianta dai milioni di fan.
Il libro inizia con i ricordi più cari di Mitch, con la piccola Amy che già mostra una forte predisposizione al canto, un’allegria e una vivicità tutta particolare, e la sua sfolgorante carriera, con la sua voce che conquista fan e sostenitori in tutto il mondo. Fino all’arrivo dell’anno 2006, dove, secondo lui, arriva nella vita di Amy il peggio che le potesse capitare. Dapprima muore la nonna di Amy, la quale perde un importantissimo punto di riferimento, e l’anno successivo arriva Blake Fielder Civil, uno scapestrato, come dice Mitch la cui famiglia è qualcosa di orribile e che subito attira la sua antipatia, tanto che lo definisce “il più gigantesco sacco di sterco a cui Dio abbia consentito di respirare sulla faccia della terra”.
Mitch prova a spigare alla figlia che quello non è l’uomo adatto a lei, ma Amy se ne innamora perdutamente e lo sposa. Amy lo amava: “Lo so. Non ho mai capito perché. L’ho messa in guardia mille volte. Del resto quando ero giovane anche la madre di Janis, la mia ex moglie, diceva che io non ero adatto a lei”. E sarebbe stato proprio Blake a far provare alla figlia quel mostro chiamato cocaina, convincendola a fare un “assaggio”, mentre lei era completamente contraria. E’ lui, spacciatore di lunga data, che diventa il suo fornitore di droga e la fa precipitare nella sofferenza e nella dipendenza.
“Aveva dei problemi, certo. Ma nessun lato oscuro. Sono stati l’alcol e la droga a trasformarla. La gente crede che si possa scegliere di smettere. Non è così. È come un tumore”. E la cattiva influenza di Blake rovina Amy anche quando viene ricoverata in ospedale per disintossicarsi. La cantante sta cercando di riprendersi quando Mitch viene a sapere da un medico che un amico di Blake ha infilato della cocaina in un orsacchiotto ed è quasi riuscito a farlo recapitare alla ragazza, che se lo avesse ricevuto si sarebbe drogata di nascosto.
E la cosa si sarebbe ripetuta quando Amy era ricoverata, per l’ennesima volta, nella London Clinic di Londra. Quella volta il padre aveva messo dei ragazzi a controllare che Amy non venisse avvicinata da qualcuno di sospetto, e una telefonata lo avvisa di un pericolo. Mitch arriva sul posto e trova un noto spacciatore con un mazzo di rose per Amy: lo fa controllare e trova diverse bustine di droga. “Amy era impazzita quando ha saputo che avevamo intercettato la droga».
Il libro di Mitch restituisce una tragedia. Ed è comprensibile lo sfogo del padre, la voglia di trovare un perchè alla morte. Peccato che un perchè non esiste. Si potrebbe dire che lui non è stato capace di proteggere una figlia, si può dire che è stato l’ex marito Blake, ora in carcere, a rovinarle la vita, o forse pensare che se non ci fosse stato Blake sarebbe stata un altra persona a darle la droga, perchè era Amy a dover essere forte. Ma il rimpallo della accuse non serve. Per tutti coloro che hanno amato Amy Winehouse è bello concludere con una frase, quella del padre Mitch, l’unica in tutto il libro che non contenga odio, rancore verso nessuno.
”Era una ragazza magnifica, anche quando era malata. Era allegra, generosa, amava la sua famiglia. Ed era mia figlia”
